Terzo anniversario di un evento infelice.
Un anno fa ho visto il film, una sera che ero in casa da sola, “Tsunami”. Lo guardavo e pensavo “davvero non ti rendi conto finché le cose non succedono a te”. Puoi vedere sullo schermo di tutto: abitazioni distrutte, macerie, morte, ma non sempre puoi avvertire la sensazione d’impotenza. Dell’uomo al centro, che di fronte alla natura si sente una nullità. Non puoi fare quasi un cazzo. Perchè inevitabilmente davanti a certi eventi acquisisci o perdi dignità. La dignità del rispetto anche nella morte, di essere seppelliti, di essere riconosciuti, del tuo “io”. Il senso di solidarietà, spirito naturale che si fa più forte di fronte a una catastrofe. La paura per la vita degli altri e per la propria.
La tua vita che se ne va nel giro di mezz’ora, senza che tu possa fare niente. Niente. Del tutto impotente.
Stavo facendo i compiti sulla spiaggia, il vento voltava continuamente le pagine ed ero scocciata perché non mi veniva la versione. Nel giro di venti minuti l’acqua aveva sommerso l’isola e la corrente portava via qualunque cosa ci fosse: lettini, vetri rotti, porte sfondate, libri, oggetti, persone. Quel giorno c’erano un gruppo di persone dentro le mura rimaste in piedi, in mezzo a un mucchio di macerie e acqua su un’isola.
C’eravamo noi e nient’altro. C’era l’isola e il mare. Essere soli fuori dal mondo e il non sapere. Ricordo di essere rimasta in silenzio e di avere pianto solo due giorni dopo. E mi ricordo di quando siamo tornati a casa, dopo un odissea composta da risse, da litigate con la protezione civile incompetente, su un aereo malandato dopo due notti in bianco.
So cosa significa chiedersi dove sei e come finirai, dove sono i tuoi genitori e i tuoi amici. E il segreto timore di sapere se ancora ci sono o no.
Soprattutto so cosa significano le parole “ti prego non lasciarmi mai più, per favore”. Non lasciarmi mai più. Non lasciarmi.
Mi ricordo che Don Furlan mi fece raccontare in classe questa straordinaria avventura e poi si dilungò a descrivere come Dio ci avesse punito, questo era l’evidente segno divino dei nostri peccati e bla bla bla. Era l’ennesima dimostrazione della presenza del Signore. Non so se Dio volesse punirci o altro, non so neanche se volesse insegnarci una lezione di vita, ma so che ne avremmo fatto volentieri a meno. Io e tutti gli altri. Anche in altre occasioni ho imparato che certe volte abbiamo bisogno di affidarci l’uno dell’altro. E so molto bene che c’è bisogno di credere in qualcosa di più grande di noi e semplicemente di credere in chi pensiamo possa saperne più di noi.
E avrei fatto a meno di un male in più. Per me è stata l’ennesima occasione di ingiustizia sbattuta in faccia a 14 anni.
E mi sono chiesta perché la natura volesse mettere sottosopra il mondo e perché scegliesse proprio me nel bel mezzo della mia vacanza alle Maldive. Perchè la verità è che la natura, nel suo complesso, ha leggi che possono anche non tener conto delle caratteristiche umane, quindi all’uomo non resta che arrangiarsi. E comunque quando la natura sembra comportarsi in maniera irreparabile con la sopravvivenza dell’essere umano (vedi le cosiddette “catastrofi ambientali”), spesso dipende anche dagli effetti che le azioni degli uomini provocano sul pianeta, guarda un po! La natura restituisce all’uomo il danno che è stato arrecato alle sue leggi e per questo motivo non esiste nulla all’esterno dell’uomo più prezioso della natura e nulla al suo interno più importante della coscienza. Che novità! Se natura e coscienza non riescono a coesistere, il più delle volte la responsabilità è della coscienza. Discorsi di morale ed etica, del grillo parlante che non viene ascoltato, ma non mi dilungherò oltre per non deprimermi, visto che in questi giorni sono di ottimo umore.
Ho acquistato due paure quel giorno, la paura del vento forte, del suo rumore assordante, e la paura delle porte di legno chiuse e sfondate.
L’hanno definita una catastrofe naturale. Io trovo che non ci sia niente di naturale nella devastazione, ma nell’aiuto reciproco sì, quello è naturale. Dovrebbe esserlo almeno.
So che sono contenta di essere andata a Barbiana pochi giorni fa con i Polletti, di aver conosciuto qualcuno migliore di me, di aver guardato OC con quella pazza sciallata di mia cugina ieri, e di essere qui oggi. E sono contenta con la mia coscienza e con la mia voglia di esistere. Santo Stefano, se esiste, ci ha protetti e io adesso ho intenzione di fare qualcosa di meglio.
I Ribelli siamo noi.
Noi quando ce ne andiamo randagi e liberi lungo le strade e sentieri di campagna mentre altri si chiudono come topi ballerini in capannoni pieni di rumori e di stupefacenti.
Siamo noi. Noi quando ci inebriamo della luce della luna e delle stelle, mentre altri sono solo capaci di uscire ubriachi e offuscati da una notte di bagordi.
Noi quando amiamo il silenzio delle grandi vette, il rincorrersi dei profili dei monti lontano all’orizzonte, il biondo colore dell’erba ai primi raggi dell’alba, mentre altri sono rimbambiti dal frastuono delle città, immersi nel grigio dell’asfalto e del cemento, indifferenti alla bellezza che nonostante tutto sta loro intorno.
I Ribelli siamo noi.
Noi che ce ne infischiamo dei soldi e della carriera e troviamo piacere nelle cose semplici e nelle amicizie, mentre gli altri sgomitano per farsi largo e si arrampicano affannosamente cercando un successo fatto anche di imbrogli, ipocrisie e tradimenti.
Noi quando siamo capaci di spegnere lo stereo, la tele, il cine e il cd e apriamo la porta di casa per andare a conoscere di persona il mondo, gli uomini e le donne che abitano il pianeta, mentre altri si chiudono a guardarlo dal buco della serratura di una rappresentazione virtuale e priva di vita.
I Ribelli siamo noi.
Noi quando siamo capaci di sporcarci le mani, di comprometterci in prima persona, di accettare le inevitabili contraddizioni che comporta il vivere e l’amare, di piegare la schiena per ascoltare le deboli parole di chi è malato e di chi soffre, mentre altri ci deridono e ci giudicano sprezzanti dall’alto delle loro fredde virtù prive d’amore.