Non lo dovevo fare. Non lo dovevo fare lo so. Non lo dovevo fare e non ci sono scuse.
Certe volte capita di guardarsi da fuori così razionalmente da capire che si sta sbagliando tutto. Lo stesso sentimento di caduta, l’impressione di aver lasciato scivolare il tempo senza più fare niente, la stessa di quei momenti vuoti.
Sono orgogliosa e non credo ai ritorni. All’inizio mi destabilizzano e l’unica cosa che riesco a fare è prendere le distanze. Sì. Prendere le distanze.
Però è strano ritrovarsi a confessare per caso a chi non ha mai capito nulla, quello che veramente è stato e ricevere una scusa. Una scusa semplice, sincera, come quelle scuse che si vedono solo nei film e che non avresti mai pensato di avere. Soprattutto ora.
In realtà sono piena di buoni propositi, ma mi sento ancora sola, inappagata e vinta. Sono un po’ malinconica e ho sempre la preoccupazione dell’ordine, dell’organicità complessiva, del rispetto dell’etica, ma non ci metto impegno.
Conservo ancora due paure: la paura degli altri e quella della rottura degli equilibri. Quello che dico a chi mi incontra dal vivo è un’altra storia. Il caos è il mio habitat naturale, ma mi piace fare ordine nei casetti mentali, rispolverare e far uscire i fantasmi interiori. Forse ora non c’è più nient’altro da dire o forse ce ne sarebbe troppo.
Troppo da dire, troppo da tacere. Non importa. Non troverei le parole. Shakespeare, prendo le tue parole in prestito.
To be, or not to be: that is the question:
Whether ’tis nobler in the mind to suffer The slings and arrows of outrageous fortune,
Or to take arms against a sea of troubles, And by opposing end them? To die: to sleep;
No more; and by a sleep to say we end The heart-ache and the thousand natural shocks
That flesh is heir to, ’tis a consummation Devoutly to be wish’d. To die, to sleep;
To sleep: perchance to dream: ay, there’s the rub; For in that sleep of death what dreams may come
When we have shuffled off this mortal coil, Must give us pause: there’s the respect
That makes calamity of so long life; For who would bear the whips and scorns of time, [..]
With a bare bodkin? who would fardels bear, To grunt and sweat under a weary life,
But that the dread of something after death, The undiscover’d country from whose bourn
No traveller returns, puzzles the will And makes us rather bear those ills we have
Than fly to others that we know not of? Thus conscience does make cowards of us all;
And thus the native hue of resolution Is sicklied o’er with the pale cast of thought,
And enterprises of great pith and moment With this regard their currents turn awry,
And lose the name of action.
Essere o non essere, è il problema:
se sia più nobile soffrire nell’animo oltraggi di fortuna, sassi e dardi, o prender armi contro un mare di guai, e opporvisi e distruggerli.
Morire, dormire… nient’altro;
E dirsi così con un sonno che noi mettiamo fine alla doglia del cuore, e alle mille offese naturali, che son retaggio della carne;
Questa è la consunzione da invocare devotamente, morire e dormire! Dormire, forse sognare,
sì, lì é l’intoppo; che sogni sopravvengano dopo che ci si strappa dal tumulto della vita mortale,
ecco il riguardo che ci arresta e che induce la sciagura a durar tanto anch’essa.; [..]
chi vorrebbe portar fardelli, gemendo e sudando sotto il peso della vita, se non che il timore di qualche cosa dopo la morte,
il paese non ancora scoperto dal cui confine nessun viaggiatore ritorna, confonde la volontà, e ci fa piuttosto sopportare i mali che abbiamo,
che non volare verso altri che non conosciamo? Così la coscienza ci fa tutti vili, e così il colore della decisione al riflesso del dubbio si corrompe e le imprese più alte e che più contano si disviano, perdono anche il nome dell’azione.