Qualcuno una volta mi ha detto che c’è un equilibrio in tutto. Bianco e nero, sì e no, giusto e sbagliato. Un equilibrio tra volere e ricevere, chiedere per favore e dire grazie.
Credo che i bambini abbiano una percezione extrasensoriale. Prima di aver compiuto almeno sei anni di età non si scopre ancora nessun sapere veramente utile e forse sono solo barlumi di presentimento a tenerci insieme. Una cosa che ricordo molto bene negli anni della tenera infanzia era che nulla mi sembrava davvero normale. La maestra sosteneva che fossi una bambina perspicace. Io penso che la mia anormalità non avesse nulla a che fare con il talento o l’intelligenza, perché io sapevo benissimo che allora ero capace di leggere meglio degli altri bambini e fare disegni anatomicamente più corretti, e a 7 anni avevo incominciato a scrivere storie illustrate sulla Strega Annoiata e Pingu. Piangevo e trovavo inaccettabili le crudeltà sugli animali e volevo assolutamente fare la veterinaria per salvarli e aprire una biblioteca per salvare i libri con le figure. E’ solo che talvolta mi capitava di dire o fare qualcosa in classe che neppure le maestre e i miei genitori riuscivano a capire. Mia madre mi dice che ho cominciato a camminare e a parlare più tardi rispetto alla maggior parte dei bambini, ma l’ho fatto subito bene. Evidentemente ho sempre avuto bisogno di sicurezza.
Ricordo che un giorno, io avevo 6 anni e mio fratello 8, guardavamo fuori dal finestrino la fontana di ghiaccio a Dobbiaco e Giacomo aveva espresso la sua disapprovazione. Era stato un inverno poco freddo, anche in montagna c’era poca neve e le gelate si scioglievano subito. La fontana che ogni anno ammiravamo era piccola e smilza. Dopo che mio fratello ebbe pronunciato le parole “la fontana oggi fa schifo”, ricevette un pugno sul naso accompagnato dalla mia dichiarazione: “Stai zitto e non offenderla. E’ colpa del sole che è una grossa bomba gialla”. Ho sempre creduto che ogni cosa nel profondo, possedesse un anima degna di rispetto. Anche una fontana di ghiaccio sciolto. Forse dovremmo prestare più attenzione ai bambini che ci girano intorno.
Ricordo anche che fin dalla tenera età ho provato un interesse insaziabile per la morte. Sebbene leggessi ogni cosa trovassi sull’argomento o sui vampiri, i fantasmi o i cosiddetti “ectoplasmi”, ne sapevo ben poco e gli unici eventi nella mia vita che si approssimarono all’esperienza prima dell’esame di quinta elementare, riguardano alcuni animali e la bambina bionda. Dopo i pesci Peter e Wendy, i criceti Trichi e Scheggia, e la gatta storica di casa che in quei mesi lasciarono il loro vuoto, gli animali di casa mia si sono susseguiti in fila cercando come meglio si poteva di sostituirsi l’uno con l’altro. Con le persone è stato diverso.
Le persone lasciano vuoti molto più difficili da riempire. Credo che si aprano porte immense quando le persone se ne vanno, porte che fanno paura ad un bambino. Il primo funerale della mia vita è stato quello della bambina bionda con cui chiacchieravo ogni anno durante la recita. Ci conoscevamo di nome e di vista e a scuola raramente c’incontravamo, ma per un motivo o per l’altro ogni Natale avevamo un appuntamento speciale tra i bambini vestiti da angelo e i pastori. Puntualmente lei finiva per travestirsi da stella cometa e io le gravitavo intorno. Negli anni successivi non ho mai mancato di lasciarle un fiore.
In seguito gli episodi simili sono stati molto più vicini, meno inaspettati e di gran lunga più dolorosi. Dopo qualsiasi brutta avventura di norma facevo sparire gran parte delle cose accadute dentro le favole per semplificarmi la vita, ma vivevo abbastanza coi piedi per terra da sapere che se qualcuno in quel momento, avesse soltanto nominato la parola “nonna” avrebbe potuto uccidermi. Nessuno doveva lavorare, nessuno doveva andare a scuola, o in chiesa, mangiare, o fare il bagno finché il mio cuore non avrebbe smesso di urlare. Mi sembrò opportuno, allora, aspettare settimane prima di riaccendere il televisore per guardare i cartoni, ma anche leggere un libro divertente o una storia d’amore a lieto fine. Sarebbe stato come una mancanza di rispetto. Non c’è nulla come una perdita insostituibile a farti accantonare tutto ciò che vorresti fare, anzi, ad accantonare tutto ciò che avevi dato per scontato essere tuo e di cui vorresti approfittare.
La mia vita fino ad allora era stata quella di una bambina. Una questione di equilibrio. Le cose che succedevano erano un fatto di bianco o nero, giusto o sbagliato. E di presentimento. Di colpo sono stata invasa da varie sfumature di grigio, ed è questo che inevitabilmente associo alla perdita della innocenza. Gli eventi negativi oltre la morte, hanno formato la valanga che un giorno invase la mia già instabile sicurezza. Non riuscivo a spiegarmi perché nel momento in cui vivevo le cose tenevo botta senza dire una parola o versare una lacrima, mentre il dopo si rivelava molto peggio. Oggi penso semplicemente che tutti a volte sappiamo fingere molto bene.
Passato il 26 dicembre 2004 e morta poi la mia nonna materna di cancro ai polmoni pensavo di aver visto e superato il peggio, ma mi sbagliavo di grosso. Non volevo restare senza di lei, ma non sopportavo vederla a letto e desideravo anche che andasse alla svelta in un posto migliore, il posto felice in cui lei credeva il posto senza sofferenze in cui si meritava di vivere. Quando morì mi resi conto che avendola vista così poche volte in tutta la mia vita, non avevo ancora imparato tutto quello che lei avrebbe potuto insegnarmi, e avrei voluto che almeno mi apparisse in sogno per dirmi come essere una credente piena di fede sincera come lei e mettermi l’animo in pace. Morì dormendo come aveva sempre desiderato.
Io continuavo a far sparire le cose dentro le favole, ma quando presi l’ennesima batosta sentimentale, l’ennesima delusione dalle persone che amavo di più e mi resi conto che non ero riuscita affatto a liberarmi di un ricordo violento e non poi così lontano che mi tormentava, mi sentii tradita da tutto. Ero stata tradita ed ero assolutamente abbattuta e le favole non bastavano più. Per un pezzo non fu più vita. La parola “fiducia” schizzò fuori dalla mia mente, dissolvendosi nell’aria. Il motivo per cui decisi di non parlare o ascoltare nessuno, tranne quella stretta cerchia di eletti che ancora suscitava il mio interesse, era perché della gente non ci si poteva fidare, e ciò che avevano da dire probabilmente erano soltanto bugie. Nonostante dichiarassi a chiunque ragioni sufficienti per rendere l’accaduto il più normale possibile, in realtà mi restava inspiegabile che qualcuno potesse morire a pochi metri da me e io non potessi fare niente per salvarlo. Mi restava inspiegabile che dovessi continuare a studiare lingue antiche o che fosse importante saper risolvere le equazioni quando di fianco a te qualcuno se ne andava al tuo posto. Non mi sembrava logico e nemmeno giusto. Era sbagliato che mia nonna o un ragazzo dovessero morire e che io dovessi vivere. Tanto io ero già mezza morta, e andavo in giro senza sapere chi fossi e dove fossero sparite le mie credenziali. Non era per niente giusto. Le uniche cose che ancora erano degne della mia attenzione erano le riflessioni, i problemi esistenziali e gli esami di coscienza. Le giornate si susseguivano in un finto interesse alla vita e a me stessa, mentre l’apatia si faceva spazio a gomitate, scalciando via tutto ciò che poteva essere d’intralcio alla totale indifferenza. Ogni sera tornavo nel mio letto di ghiaccio e ogni settimana si faceva più freddo.
Qualche volta mi capitava che in classe le parole di un insegnante, di un amico o di un libro mi facessero piombare addosso tutte le certezze di prima, tutto il mio impegno passato e certe volte credevo che sarei tornata sulla strada giusta. Ero ancora convinta che fosse quella di prima la strada giusta e ho anche cercato d’imporla con le mie scenate a chiunque ritenevo ne avesse bisogno. Volevo estendere quella cazzo di strada giusta che la gente non rispettava, a tutto il mondo perché non potevo pensare che qualcun altro impazzisse come me o si facesse del male. Volevo che tutti imparassero quale fosse la strada giusta e che tutti chiudessero la loro bocca inetta e superficiale.
Volevo una strada perfetta, ma me ne tenetti lontana per molti mesi. L’intero passato su quella strada non era stato affatto privo di dolore in nessun campo. Credevo sempre meno nei rapporti umani, temendo di soffrire ancora e odiavo chiunque si trovasse sopra di me e non facesse niente di quel che avrebbe potuto fare per migliorare la situazione. Odiavo gi umani perché non avevano rispetto, non avevano senso della dignità e non capivano. Odiavo chi sottovaluta la vita e odiavo l’impotenza. Odiavo anche accendere il televisore e vedere Emilio Fede. Odiavo ricordarmi del 28 dicembre 2004 quando lui scocciato dal ritardo del suo jet privato, uscì dall’aeroporto coi pantaloni bianchi e il maglione di cachemire, senza invitare nessuno a salire con lui delle centinaia di persone stipate all’interno, tra cui la mia famiglia, che aspettavano da ore il primo aereo, senza considerare che molti avevano perso tutto e non avevano nient’altro che i vestiti indosso e i propri figli. Odiavo i ragazzi che illudevano me e le mie amiche e odiavo le occhiate e i cenni che gli uomini mi rivolgevano ai giardinetti e odiavo tornare da scuola ed avere paura che mi seguissero. Odiavo dover preoccuparmi anche di questo, quando avevo già sufficienti pensieri per la testa. Odiavo essere fissata e odiavo le loro voci.
Presi ad osservare il posto in cui ero nata, cresciuta e diventata adolescente con una doppia visione; una che guardava dall’alto in basso e vedeva attraverso ognuno e ogni cosa perché ero convinta che sarei stata capace di diventare qualcosa di più grande, e una di un altro tipo, a livello dell’occhio, che accettava questa gente comune, molto comune, perché temevo che sarei diventata uguale a loro. La strada giusta era lì, ma ci passavo di fianco evitandola, percorrerla era un rischio troppo pericoloso. Pian piano diventai insofferente e cominciai a preferire le storie senza alcun coinvolgimento emotivo. Trovavo normali, appaganti e i soli possibili, i rapporti interpersonali transitori, come le storie di solo sesso, perché erano gli unici di cui conoscevi già con certezza la fine e perché sapevo che per molto tempo non sarei più riuscita ad affezionarmi a qualcuno e non m’importava di nessuno, neanche di me stessa.
Frattanto le persone che mi vivevano accanto, ovvero la mia famiglia e i miei amici avevano ciascuno le proprie battaglie quotidiane, dalle quali volevo essere buttata fuori al più presto. Nessuno sapeva, molti non mi capivano e qualcuno mi trovava incomprensibile. Così vivevo insieme a loro, nella mia casetta e li evitavo più di quanto già si evitassero tra di loro. Non sentivo, non vedevo, non parlavo. Ripenso a tutte le volte che cominciato a convincermi di essere veramente una persona strana, non normale, un’estranea perché tutto perdeva importanza. Non ho mai capito davvero perché a volte rispondessi così male a mia madre. Non la sopportavo perché non mi capiva e non la lasciavo capirmi. Mi arrabbiavo con lei perché continuava a fare rinunce, ed eseguire tutto ciò che le veniva imposto. Forse temevo di diventare così. O forse mi accorgevo di esserlo già. In realtà volevo aiutarla, ma come avrei potuto dirle proprio io cose come “non buttare via la tua vita arrabbiandoti, ritrova un punto di riferimento e occupati di ciò che davvero vuoi”, quando ero io ad aver bisogno di queste parole? A volte mancava del tutto il dialogo. Non potevo dire niente perchè lei aveva già abbastanza problemi e aveva già sofferto abbastanza per le mie stesse vicende. Lei e la sua mania di fare ordine. La mania dei colletti stirati e delle mutande piegate in un certo modo. La mania del non bere mai e delle compagnie giuste. Temo che sia il tentativo di fare ordine nella sua vita. Credo che sia per questo che io delle volte sono l’esatto opposto. Procedo a fasi alterne. Cassetti e quaderni ordinati. Attenzione ai più piccoli dettagli. Pile di vestiti e fogli scarabocchiati sparsi sul pavimento. Mescolare felpe vecchie di anni e capi firmati senza alcun interesse per gli abbinamenti. E’ così la mia vita. Così l’umore. A fasi alterne. Non lo so se è un bene.
Periodi di serenità stabile in quei mesi non ce ne furono mai. Ognuno aveva qualcosa da dire, ma aveva troppa paura di parlare. La mancanza di comunicazione persisteva e in casa mi muovevo con cautela facendo di tutto per non farmi sentire. Quando uscivo dalla mia stanza mi muovevo come un rettile, come per evitare che mi sorprendessero a fare qualcosa senza il loro permesso. Certe volte avevo come la sensazione di essere un bambino appena accolto nella casa di una famiglia affidataria, che ha paura di dire le parole sbagliate pensando di fare una brutta impressione su chi ha accettato di prendersi cura di lui. Che poi ripensandoci è la pura realtà. Solo che io facevo parte della casa da anni. Ovviamente era solo un’impressione, perché i miei genitori non mi hanno mai fatto mancare nulla, ma in quel periodo in casa non mi sentivo libera. In nessun luogo mi sentivo libera. Cerano troppe contraddizioni dentro di me e nei luoghi in cui mettevo piede. A volte dopo i colloqui con i professori, mi capitava di raccontare ai miei genitori di un piccolo problema o dell’ultima vicenda sentimentale a triste fine a mo’ di spiegazione della lenta perdita d’interesse allo studio. Ovviamente ero ben attenta a non rivelare il problema essenziale e a tenere nascoste le urla interne. Non mi riconoscevo più. Io non ero io. Ero un’altra.
Non ricordavo pù il significato della parola “spontaneità”, e non avevo idea di come agire nella più piccola situazione, mi limitavo a pensare cosa avrebbe fatto qualcuno migliore di me.
La casa acquistò nuovamente un silenzio funereo. Ma non era morto nessuno, perlomeno non clinicamente. Eravamo tutti quelli di prima. Da qualche parte urlavano fantasmi, esseri che non avevano modo di farsi capire o di materializzarsi. Spiriti invisibili che gridavano e premevano sul mio stomaco soltanto perché la mia bocca si aprisse e loro potessero entrare nel mondo in cui qualcun altro avesse potuto udire la sua voce. Ma loro erano dentro di me, e la mia bocca era serrata. Nessuno poteva sentire nulla, nessuno poteva vedere niente. Nessuno.
Ho fatto il botto un giorno, dopo essere scoppiata varie volte a piangere nei luoghi e nei momenti più disparati, dopo che alcuni professori chiesero spiegazione a mia madre su cosa mi prendesse e dopo aver ammesso a me stessa che così non potevo continuare. E soprattutto non da sola.
Qualcosa di tanto sperato, ma assolutamente inaspettato è successo a febbraio. Quando ho sentito davvero vicino a me la presenza degli altri. I muscoli si sono mossi, sciolti dalla morsa dell’insicurezza e dell’indifferenza, e la mia bocca si è mossa. Ho sentito le labbra aprirsi spontaneamente e ho sentito la mia voce. Ho sentito di nuovo la mia risata acuta per la prima volta un venerdì a riunione. Ho ricominciato a ridere davvero durante la settimana in comunità. Quando qualcuno mi ha detto che mi ammirava, che ero instancabile, che voleva mettermi in tasca e portarmi via perchè gli sarei mancata. Quando mi sono sentita di nuovo libera. Ho ricominciato a cantare e ho sentito il suono chiaro e forte della mia voce.
E allora ho ricominciato a credere, e ho provato la giusta fierezza di appartenere a me stessa solamente perché ero capace di cantare, scrivere e spalmare intonaco sul muro per ore. Poi per caso ritrovai vecchi disegni e foto che mia nonna aveva sempre conservato, trovai i fiori che le portavo da bambina e trovai tutti i bigliettini di “Buon Natale”, “Buona Pasqua” e “Buon giorno nonna” che si accumularono nella scatola con le farfalle che le avevo fatto io a 10 anni. Allora riaffiorarono alla mente anche tutte le domande di bambina e le risposte da nonna, e improvvisamente lei mi regalò la persona che sta scrivendo questa frase. Mi regalò storie di cui far tesoro, le sue esperienza di vita durante la guerra, i suoi libri, ed esempi e modelli secondo i quali vivere. Ragioni per alzarmi al mattino a fare di quel giorno un successo. Lei e la felice brigata della settimana mi fornirono tutto ciò che mi serviva per iniziare una nuova vita piena di forza puntando solo su me stessa. Allora venne davvero la primavera e raccolsi fiori e frutti in attesa dell’estate.
Già prima di iniziare a scrivere questo post e molti dei precedenti e molte altre parole, mi rendevo conto che era essenziale per me stessa scrivere e basta. Ripenso alle parole lette velocemente su un libro poche settimane fa: “metti per iscritto ciò che ti tormenta, e ti sorprenderai con quanta rapidità si dissolve quando lo leggi sulla carta”. Non ho mai scritto tanto i miei pensieri come questo anno su un diario, o su un blog, o su un quaderno, e soprattutto mai in modo così chiaro e preciso. Ora mi stupisco di come di colpo la mente si placa. Ho postato anche queste parole, dopo un paio di settimane, per unirle a tutte le altre nella speranza di chiudere l’anno più difficile che ho passato. No, non sono scappata. E di colpo ho smesso di credere d’essere una persona anormale e una perfetta estranea.