Dopo diverse giornate passate a discutere e a vegetare in valle, approfitto di un paio d’ore vuote per parlare male di qualcosa.
E’ chiaro ormai (o almeno si spera, ma non lo è mica tanto), che quella di oggi è una società consumistica in cui lo scopo principale delle azioni è il successo. Sembra che la vita debba portare un risultato. E questo non necessariamente dipende dal fine che l’individuo si propone, ma normalmente dipende da quello che la società presenta come modello perfetto. Al giorno d’oggi avere successo significa possedere una qualifica sociale, essere considerato dagli altri e se non mi basta, superarli. Una volta ho letto che un certo Abraham Ma slow aveva definito una scala dei bisogni, delle priorità dell’essere umano: la prima sarebbe la soddisfazione dei bisogni fisiologici (mangiare, bere, dormire, cacare, pisciare in pratica), la seconda la sicurezza, la terza l’accettazione e la quarta la stima. La terza e la quarta, indicano l’accettazione e la stima del gruppo, non quelle individuali. E in questo senso il consumismo e la pubblicità sono volti ad occupare questi bisogni con i loro stereotipi. Non so molto su queste classificazioni e non m’importa stabilirne altre. Il punto è che dietro alle pubblicità ci sono studi ben consapevoli di questi bisogni, che si occupano di portare allo scoperto e incentivare le nostre insicurezze. Mi lascio sedurre dalla pubblicità di un prodotto, quando mi sento insicuro di qualcosa. Compro una crema anticellulite, quando non mi sento sicura della mia attrattiva sessuale, prodotti per la casa strapubblicizzati, quando mi sento una casalinga frustrata e una macchina costosa (e famosa come tale) come riconoscimento sociale. Secondo me, alla fin fine, nel desiderare cose costose non c’è niente di male. E’ quando si crede di non poterne fare a meno per “essere qualcuno”, che insorge un problema. Il culmine di questo sfruttamento di fatto, è riuscito a vendere il successo come consumo: hai più successo in base a quanto guadagni e quindi a quanto spendi. Insomma si fanno beffe di noi. Dunque il mito moderno del successo è una fregatura, e non è affatto etico. E’ per questo che chi mette al centro della sua attenzione, il raggiungimento del successo economico e sociale finisce per sentirsi più solo e annoiato che mai. (che tristezza) Basti pensare a molti personaggi famosi. Ma anche ai nostri conoscenti frustrati e insoddisfatti, pur con una solida e fruttuosa carriera alle spalle. Forse perché hanno sacrificato le loro intime aspirazioni, i loro impulsi più profondi. Sono quelle persone sul cui conto spesso pensiamo che avevano tutto per essere felici eppure non lo sono. Perchè gli è mancato qualcosa. E qui ascoltatemi: supponiamo che muoiano la persona che più ammiriamo professionalmente e quella che più ammiriamo moralmente (in quanto persona). Di quale sentiremo di più la mancanza? O meglio, quale delle due vite preferiremmo riavere? E alla fine pensiamo, Van Gogh, che è morto in povertà e non trovava i soldi per dipingere è stato una persona di successo? Oppure pensiamo.. la mia portinaia è una donna onesta e gentile, ma a cinquanta anni è ancora una dipendente, una persona che non ha successi da esibire, ragione per cui qualcuno (e succede davvero) potrebbe avere la tentazione di considerarla una persona fallita dal punto di vista sociale. Ora pensiamo.. d’altro canto, molti uomini e molte donne di successo, ammirati e invidiati, hanno un curriculum disgraziato alla voce “valori ed etica”. Sono persone che hanno mirato al successo senza scrupoli e hanno fatto qualsiasi cosa pur di ottenerlo. Già. A questo punto ci tocca distinguere tra “vivere la propria vita” e “avere successo nella vita”. Nel primo caso la vita è un bene personale, di cui bisogna essere responsabili e di cui si può disporre secondo la propria volontà. Nel secondo, avere successo indica il fatto di cercare il successo altrove, o meglio agli occhi degli altri. E ci tocca anche divenire consapevoli che il successo non è alla portata di tutti. In molti casi lo decide la sorte. Il mondo non si cambia in un giorno e sappiamo che ci sono ereditieri che nascono con il successo già garantito e immigrati totalmente vulnerabili che solo con molta fatica potranno cambiare la loro situazione. Subentra un concetto d’ingiustizia e di realtà che dobbiamo saper riconoscere. Le pari opportunità sono un po’ come il topino dei denti o Babbo Natale: un’illusione dolce che svanisce a contatto con la realtà.
Forse è meglio non dilungarmi sui modelli che la società ci propone per non occupare altre quaranta righe o per non essere troppo malefica, ma scrivo solo una considerazione personale. I modelli di uomini e donne senza difetti sono assolutamente irraggiungibili, non siamo robot o barbie ed essendo impossibile eccellere in tutto o nella maggior parte degli aspetti della vita, cercare a tutti i costi di farlo può spingerci solo verso attacchi d’ansia, senso di frustrazione, complessi d’inferiorità, mancanza di autostima, incapacità di mantenere rapporti stabili, dipendenza dalle opinioni degli altri, stress ecc. Finiamo per non piacerci, non accettarci e ciò può anche diventare un problema grave o una cosa patologica (disordini alimentari, depressione ecc). La ricerca ossessiva della perfezione e del successo ci fa dimenticare quello che dovrebbe essere il motore principale della nostra vita: la felicità. O peggio ci fa credere che l’ottenimento del successo e della perfezione coincida con la felicità. Dimentichiamo di accettarci e amarci, con i nostri limiti e difetti. Di evitare continui confronti con le altre persone o di avere punti di riferimento personali ben chiari. Di chiarire il nostro io e le cose che ci fanno sentire il piacere di vestire la nostra stessa pelle. Di selezionare i proprio gusti e obbiettivi. Di distinguere le nostre opinioni da quelle di cui qualcun altro (la televisione, una rivista, la moda, il sistema) ci ha convinti. Di godere di più di quello che si fa che dei risultati. Invece di rinunciare ai nostri interessi più personali, piacevoli e gratificanti, dovremmo dedicare ad essi la maggior parte della nostra relativamente breve esistenza.
